Gian era li per un motivo: era successo qualcosa di grave, "Mio Padre!" pensò, "Devo andare a vedere subito come sta!", così affrettò il passo verso l'entrata che era proprio di fronte a lui, due porte scorrevoli si aprirono lasciandolo entrare.
Si ritrovò nella reception dell'ospedale, ma non c'era nessuno, nessuno a ricevere chi sarebbe entrato dietro al bancone, che si trovava subito d'avanti l'entrata, nessuno ad aspettare di poter vedere il proprio caro sulle numerose sedie, che si trovavano a lato dell'entrata.
L'assenza di persone in quella stanza, il silenzio totale che regnava in quell'ambiente, il pavimento, i muri e il soffitto dal colore chiaro, rendevano in qualche modo la forte luce che illuminava la reception quasi accecante in qualunque direzione Gian volgesse il suo sguardo, c'era solo un angolo dove la luce era più fioca, dove una piccola insegna elettronica verde posta quasi sul soffitto era protagonista: Lì vi era l'ingresso delle scale d'emergenza.
Esso non aveva alcuna porta, e Gian riusciva a intravedere le scale in un ambiente decisamente più buio.
Sforzando la sua vista, Gian riuscì a scorgere un ombra che subito si mosse di scatto, come a salire quelle scale: "Ehi! Aspetta!" esclamò Gian che aveva fretta di vedere suo padre, ma che non sapeva esattamente dove trovarlo.
Così si avvicinò all'ingresso delle scale d'emergenza, qui vi era solo una piccola luce per ogni piano ad illuminarle, piccola luce che diventava sempre più fioca al salire dei piani, tanto che Gian non riuscì a vedere dove finissero quelle scale andando esse a finire nel buio più totale.
Gian non riuscì a ritrovare l'ombra che aveva intravisto prima, così appoggiò la sua mano sulla ringhiera della scala per cercare di vedere meglio cosa ci fosse sopra, ed in quel momento, una goccia caduta da quel buio apparentemente infinito tocco quella sua mano.
Staccò la mano dalla ringhiera per vedere cosa l'avesse bagnata: era una goccia di sangue, ed era caduta da uno dei piani a cui portavano le scale, guardò in alto e vide altre gocce cadere, così Gian decise di salire quelle scale per capire esattamente da dove provenissero, che fosse il possessore di quell'ombra a perderle?
Mentre saliva le scale inoltrandosi in un buio sempre più scuro, Gian notò che nessuno dei piani che superava aveva una porta, se quelle erano davvero scale d'emergenza, allora ad ogni piano sarebbe dovuta essercene almeno una, ma questo pensiero sfuggì velocemente alla sua attenzione, in quanto aveva fretta di sapere come stesse suo padre.
Gian perse velocemente il conto di quanti piani avesse superato, le gocce continuavano a cadere fino a che non raggiunse un piano, leggermente più illuminato, in cui vi era una porta, con tanto di insegna elettronica verde.
A terra, subito d'avanti ad essa, vi era una piccola pozza di sangue da cui si staccavano, poco a poco, piccole gocce che cadevano nel buio, quella pozza aveva una scia che andava diritta sotto la porta, così Gian aprì quella porta con l'intenzione di scoprire dove portasse quella scia, temendo che quello fosse il sangue di suo padre.
Si ritrovò in un corridoio male illuminato, come per le scale, anche per esso era difficile scorgerne la fine dato il buio imperante, guardando per terra, Gian vide la scia di sangue che si estendeva addentrandosi in quel buio, seguendola, vide attraverso i vetri ai lati del corridoio le stanze dei pazienti, completamente vuote.
Quel corridoio gli era familiare, lo aveva percorso innumerevoli volte mentre assisteva suo padre, infatti, nonostante non ci fossero più pazienti ricoverati, riusciva ancora a sentire nella sua mente gli strazi dei malati e pianti dei parenti che avevano appena perso un proprio caro, ordinaria amministrazione per un reparto di oncoematologia di un ospedale grande come quello.
Man mano che seguiva la scia di sangue, il buio faceva spazio a quella poca luce che illuminava il corridoio spostandosi però alle sue spalle, Gian si voltò e infatti non riuscì più a vedere l'ascensore da cui entrava abitualmente, era come se fosse in una bolla in cui non potesse entrare luce dall'esterno.
Gian proseguì la sua camminata fino a che non vide la scia deviare sotto la porta che conduceva ad una delle stanze, cercò di vedere cosa ci fosse all'interno attraverso il vetro, ma quanto pareva, questo era coperto da una tenda, riuscì comunque a vedere una luce più intensa di quella che illuminava le altre stanze, e forse pure la sagoma di un paziente: Gian non aveva dubbi, quello era suo padre.
Aprì la porta e si ritrovò in una stanza completamente buia, tanto da rendere impossibile distinguere il soffitto dal pavimento, c'era solo questa forte luce bianca che illuminava il letto su cui vi era steso Morgan, suo padre, apparentamene calmo sotto le candide coperte che lo rivestivano.
Non c'era alcuna traccia di sangue, sembrava essere tutto apposto, suo padre era steso sul fianco destro, dando di spalle all'entrata della stanza, ma Gian sapeva che era lui, anche se l'assenza dei suoi folti capelli neri avrebbe potuto trarre qualcuno in inganno.
Si avvicinò piano piano a lui, non sapendo se stesse dormendo o no, e quando fu abbastanza vicino Gian gli disse a bassa voce: "Papà, come stai?".
Morgan era sveglio, e al suono di quelle parole si girò lentamente verso suo figlio dicendogli: "Gian, non mi resta molto tempo."
"Non mollare Papà, passerà", gli rispose suo figlio cercando di confortarlo,
"No, fa male, molto male" insistette lui, "non mi resta molto tempo."
"Sarò qui con te" disse Gian, "Ce la faremo insieme."
Morgan chiuse i suoi occhi azzurri per il dolore, nonostante non avesse le sopracciglia, esprimeva perfettamente la sua sofferenza:
"Gian" gli disse lui cercando di togliersi un peso dalla gola, "Io non sono tuo padre."
"Stai delirando, Papà", Gian non volle crederci.
"No, Gian! Io.."
Gian lo interruppe mettendogli la mano destra sulla bocca: "Shhh, devi riposare" disse, "Stai soffrendo molto".
Nella mano sinistra aveva un pugnale incandescente, dopo avergli dato un occhiata, guardò suo padre diritto negli occhi e lo trafisse lentamente al petto attraverso le coperte, "E' ora di dormire" disse.
Morgan spalancò i suoi occhi azzurri per alcuni secondi per poi lasciar cadere delicatamente le sue palpebre.
Le coperte bianche cominciarono a tingersi di rosso, Gian smise di sentire il respiro di suo padre sulla sua mano destra, così la tolse e cercò di estrarre il pugnale dal suo petto senza sporcare ulteriormente, al ché Morgan riaprì gli occhi e afferro di scatto il braccio destro di Gian sussurrando con tutte le sue forze: "Mixpa".
Al suono di questa parola, gli occhi di Gian si riempirono di odio: "No!!" urlò, "Mixpa non significa niente!!" trafiggendo più e più volte con violenza suo padre sul suo letto di morte.
Gli ci vollero molte pugnalate per rendersi conto di aver fatto a pezzi un corpo ormai senza vita, a quel punto rivolse lo sguardo a se stesso, coperto del sangue di quello che credeva essere suo padre, sangue che sgorgava copioso dal letto ripercorrendo la scia che aveva seguito.
A quel punto alzò la testa e vide quell'ombra che aveva intravisto prima, dietro al letto.
Era un ombra dall'aspetto diabolico ed imponente, quando essa entrò nel solo fascio di luce che illuminava la stanza, rivelò la sua natura: "Antony!" esclamo Gian.
Il suo caro e vecchio amico stava lì, dall'altra parte del letto su cui giaceva il corpo martoriato di Morgan, senza dire una parola, guardando minacciosamente Gian.
"Sei ancora arrabbiato con me?" Disse Gian "Dovevo partire! Devo sapere!"
Poi guardò il suo orripilante operato, cosa aveva appena fatto a colui che lo aveva sempre amato,
"Io, io..." balbettò Gian cercando di trovare le parole, "Lui, lui... soffriva tanto, ed Io..."
Quando Gian volse nuovamente il suo sguardo verso Antony, il letto non c'era più, c'era solo il sangue.
Antony si avvicinò lentamente verso Gian e afferrò la sua gola con una mano cominciandola a stringere, e benché avesse afferrato solo quella, Gian si sentì stringere in tutto il corpo.
Antony continuò a stringere sempre più forte fino a che la luce non si spense e Gian non avvertì un dolore tale da farlo alzare di scatto.
Quando Gian vide che si trovava sul materasso inferiore di un letto a castello in una cabina di una nave, capì che quello che aveva vissuto era, fortunatamente, solo un altro terribile incubo.
Una volta calmatosi, pensò a quanto fosse stato sciocco credere veramente che quello non fosse un incubo, Morgan era morto da più di 5 anni ormai e sapeva che non era stato lui ad ucciderlo, sapeva anche che purtroppo, lui non era suo padre come aveva sempre creduto, e fu davvero quella l'ultima parola che pronunciò prima di morire, "Mixpa", parola a cui cercò disperatamente di dare un senso dalla sua morte fino a quel momento, poi si ricordò perché si trovava su quella nave, cosa sperava di trovare e cosa aveva intenzione di fare, controllandosi le tasche del pantalone con cui stava dormendo trovando subito sollievo.
Gian era uno dei 20 scienziati a bordo dell'AEGAEO, la più grande ed avanzata nave del centro ellenico per la ricerca marina, salpata da Atene la sera prima dopo esser passata per Salonicco.
Essi facevano parte di una spedizione scientifica internazionale che avrebbe fatto luce sull'attività vulcanica e sottomarina tra il mar Egeo e mar Nero con i nuovi strumenti tecnologici ottenuti grazie a ingenti investimenti da parte del centro ellenico, dall'università di Rhode Island, ma soprattutto, da parte di alcune società Americane evidentemente interessate all'esito della ricerca.
Gian cercò di prendere nuovamente sonno, ma non ci riuscì, così decise di alzarsi per prendere un po d'aria.
Prima di uscire, controllò sul materasso superiore del del letto a castello che non l'avesse svegliata, Rose, la sua amata, distesa sul fianco sinistro mostrava il suo volto tranquillo a Gian ed alla porta che stava dietro di lui.
Sembrava dormire come un ghiro, i suoi lunghi capelli lisci e castani, tendenti al rosso, cadevano dal suo letto dondolando ai movimenti della nave, lui glieli rimise a posto accarezzandogli la guancia destra facendola sorridere dolcemente, "Chissa cosa starà sognando lei" pensò Gian.
Gian uscì sul ponte della nave, non c'era nessuno, solo il rumore del mare e la luce della luna, così sì appoggiò ad una ringhiera per ammirare le Cicladi visibili all'orizzonte.
Una fresca brezza marina scivolava sulla sua pelle, le onde del mar Egeo si infrangevano contro la nave producendo un rumore simile a quello delle onde che si infrangono su di una spiaggia, il cielo era parzialmente coperto da nuvole accese da un intensa luna piena che illuminava il ponte della nave quasi quanto il sole, Gian poteva vedere chiaramente la sua ombra dietro di se, cosa che aveva sempre trovato affascinate al chiaro di luna.
Gian mise la sua mano nella tasca destra del suo pantalone da dove estrasse un piccolo cofanetto azzurro che aprì, contemplando l'anello che vi era all'interno: un anello d'oro su cui era incavata una piccola pietra rossa molto simile ad un rubino che aveva grande importanza per lui.
Con quell'anello, Gian aveva intenzione di chiedere a Rose di sposarlo: si frequentavano ormai da 8 anni e, nonostante fossero stati entrambi distratti da molte altre cose, lei gli era sempre stata vicina, soprattutto nei momenti di grande difficoltà, come quando morì suo padre, come quando cominciò a cercare i suoi genitori biologici, e adesso che sentiva che quello era il momento giusto, ora che erano diretti all'isola Santorini, probabilmente il posto più romantico in Europa dopo Parigi.
Gian rimase a contemplare l'anello per un bel po, dopotutto non era così sicuro di quello che stava facendo, c'erano tanti punti interrogativi riguardo la sua vita che non era ancora riuscito a risolvere prima di legarla per sempre a qualcuno, per non parlare di quegli incubi, ma d'altro canto si era stancato di questa ricerca matta e disperata, non aveva conseguito il dottorato in fisica per capire chi fosse il suo padre biologico, ma per risolvere problemi ben più grandi.
Gian continuò a rimuginare questi pensieri fino a che non udì una voce: "Un altro incubo?"
"Rose!" Esclamò Gian nascondendo in fretta e furia il cofanetto blu in tasca "Sei sveglia?"
Lei era li, sul ponte, terribilmente trasandata, eppur con un grosso sorriso e con quei suoi grossi occhi verdi.
"Sono sveglia da ancor prima che ti alzassi per uscire qui fuori" disse "Non hai idea di quanto ti agiti quando fai questi incubi"
"Mi dispiace averti svegliato" gli disse Gian triste, "Eppure ti ho visto, dormivi come un ghiro"
"Ebbè..." disse Rose quasi imbarazzata avvicinandosi a Gian "Sapevo avresti fatto quella cosa",
"Cosa?"
"Quella cosa della carezza, adoro quando lo fai!" gli confessò Rose abbracciandolo.
Gian si concesse quel momento di tenerezza con la sua fidanzata che poi si appoggiò insieme a lui sulla ringhiera del ponte della nave ad ammirare il paesaggio.
"Cosa hai sognato?" Gli chiese Rose
"Mio padre... Morgan" Gli rispose a stenti Gian, "Che mi dice... beh, lo sai..."
"Mixpa!" incalzò Rose "Hai sentito il professor Manning, potrebbe essere l'antico nome di quella che adesso è l'isola di Santorini!"
"Si" rispose Gian sarcastico, "Mi sembra più probabile che sia una delle tante balle che il professore ha detto per convincermi a venire"
"Che poi cosa dovrei trovare a Santorini?" continuò Gian "Se avessi un parente lì, vivo o no, lo avremmo già trovato negli archivi"
"Forse avrei dovuto ascoltare Antony e starmene a Salonicco" si rassegnò Gian "Sai, ho sognato anche lui, e non puoi immaginare quanto fosse incazzato"
"Dai, sai come è Antony" lo rassicurò Rose "Ci rimane sempre male quando lo lasci da solo a Salonicco"
"Si ma questa volta era serio" sottolineò Gian, "Molto più serio di quando venni a Princeton"
"Beh, si dovrà mettere l'anima in pace" disse Rose imponendosi "Tu sei mio, dove vado io, tu vieni con me!"
"Credevo che il professore avesse chiesto a me di venire"
"Si, ma sono stata io a decidere!" esclamò Rose sorridendo "Adesso torniamo in cabina, mi assicurerò che non fai più incubi"
"Ah si?" chiese Gian curioso "E come?"
"Dormirò con te, come per i bambini!" disse Rose ridendo
"E c'entriamo su di un solo letto?"
"Troveremo il modo, lo abbiamo sempre fatto".

